lunedì 14 dicembre 2015

bollettino di guerra



Il ginocchio se ne sta zitto quatto quatto per tutto il giorno, mi lascia svolgere tutte le mie faccende lavorative e domestiche.
Cammino piano, cammino veloce e tutto tace.
Talmente zitto che mi viene da chiedergli. Strano, ginocchio, che cosa mai ti era successo a Firenze da fare così il birichino?
Ogni mattino mi sveglio e non scappo da un leone né rincorro un'antilope, scendo solo un paio di rampe di scale, e da mesi anni e decenni sono abituato a svegliare prima gli achillei del mio stesso cervello.
Questione di una rampa, massimo due, di scale scese e tutto torna alla normalità.
Gli achillei si addormentano e il cervello, sempre che ci sia, quello si sveglia.
Così penso, e va bene, torniamo pianino alla nostra occupazione preferita, ritagliati un po' di tempo tutti i giorni, visto che per ora te ne basta poco.
Si va a correre, piano piano.
Parto col mio abbigliamento da freddo, con il mio garmin e le ghost e via, finalmente, di nuovo.
Dopo 500 metri gli achillei si svegliano, tutti e due insieme da bravi fratellini, e mi accompagnano con il solito lamento sommesso e continuo per quasi tutta la corsa.
Dopo 5 chilometri si sveglia il ginocchio con un debole lamento, debole ma crescente.
Un terribile ricordo, mi riporta alla mente i momenti difficili di Firenze.
Che uno potrebbe anche dire ma dai, era solo una gara di corsa.
E lo so bene.
Ma a parte il fatto che c'era un sacco di fatica dietro, quella era la mia gara, e quel momento preciso è stato indubbiamente drammatico, poi certo che passa.
Mi torna alla mente solo perché dal ginocchio arrivano quei segnali molto chiari e lampanti che mi ricordano che non ci siamo, non è certo il momento di fare programmi importanti.
Posso correre un po', piano piano, perché ci sono altre parti del corpo e della mente che senza dubbio ne traggono giovamento.


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