mercoledì 2 marzo 2016

no fear



Quattro mesi dopo, sei di nuovo lì che ci riprovi.
La tabella che hai adottato per la Rimini Marathon è la stessa di Treviso e di Firenze, per la terza volta nel giro di poco più di un anno ti trovi ad eseguire gli stessi allenamenti in copia conforme.
Metti insieme un podista e una tabella di allenamento e avrai come riscontro statistiche impietose, che ti danno una possibilità di riuscita su due. 
50%
Il gioco si fa duro quando i lunghi iniziano a superare regolarmente i trenta chilometri, e quando le ripetute raggiungono e superano i quattro chilometri ciascuna.
Il podista è reduce dalla seconda maratona, quella fallimentare, e ascolta con attenzione quasi maniacale ogni singolo segnale che proviene dalla parte inferiore del corpo.
Ogni doloretto è un campanello d'allarme, e se la teoria medico sportiva raccomanda di fermarsi alla comparsa del dolore, per contro il podista sa che gli tocca affrontare il rischio.
Niente rischio, niente maratona.
Il podista sa che nove allarmi su dieci sono falsi allarmi, sa che se moltiplichi il rischio per il numero delle corse, ne consegue che la fortuna è una componente essenziale per la preparazione di una maratona.
Insomma, roba da masochisti.
Se non fosse così, non sarebbe difficile preparare una maratona e il mondo sarebbe pieno stracolmo di maratoneti annoiati che ne corrono a centinaia, una in fila all'altra.
Invece no, si tratta di un gioco di strategia che comprende:
una tabella preconfezionata fra quelle disponibili sul mercato,
la capacità di adattare allenamenti già scritti al proprio fisico, giorno per giorno,
la capacità di prevenire, o affrontare, o gestire i piccoli infortuni che sono sempre dietro l'angolo, prima che ti fermino.
E' un gioco a cui puoi anche giocare in squadra, e allora il tutto può assumere anche altre componenti.
Ci puoi aggiungere amicizia e solidarietà, consigli, incitamento, incoraggiamento. Forse anche molto altro, e quella è già una mezza vittoria.

2 commenti:

  1. Alla fine, anche se non è poetico come un soffio di zen, avere un obbiettivo rimane uno stimolo (occidentale) necessario e sufficiente per adottare le proprie personali regole di allenamento... Più o meno rigide a seconda di come la Natura ci ha creati; e scoprirlo è scoprire chi siamo, come giudichiamo o quanto accettiamo l'altro da noi... Insomma, come dici tu, è un gioco che può assumere componenti inaspettate, ma soprattutto da condividere... Vai così, raccontiamocele!

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  2. Anche piuttosto difficile da affrontare, come gioco...forse perché per scoprire davvero chi siamo bisogna cercare le sfide più difficili, e nel caso saper accettare una sconfitta come un passaggio dovuto per raggiungere la consapevolezza dei propri limiti. Un'esperienza da condividere, comunque. Proviamo!

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