martedì 13 dicembre 2016

rumore


Sempre in tema di parole al vento, quelle sui social finiscono per essere le peggiori.
Filtra finché vuoi e togli le schifezze, le inutilità, le perversioni, la demenza, la solitudine e la vanità.
Tutta roba che peraltro appartiene anche a te, un po' come a tutti.
Il fatto è che una volta applicati i filtri, rimangono le idee personali di ognuno di noi, il credo politico, quello religioso, le idee geniali, le supposizioni ragionate, le proposte pertinenti.
Dieci cento e mille, tutte insieme, istantanee e contemporanee.
Contrapposte o concordi ma differenti, ognuno ha di certo qualcosa da aggiungere, l'importante è non guardarsi in faccia.
Com'è facile trasformare tutto questo in parole al vento, e tu stesso ti ci trovi, ti ci sei trovato parte in causa, come una pedina in un gioco senza fine e senza vincitori.
Nel periodo che, oltretutto, denota tensione alle stelle e contrapposizioni di un'asprezza mai vista prima.
Ma il social non permette di spiegare le proprie ragioni, non te ne dà il tempo.
Tutt'al più rappresenta un discreto termometro sull'insofferenza reciproca, sulla ricerca di un colpevole, o anche solo di un nemico.
E ora la febbre è alta, non c'è dubbio.
Capisci di essere stato iscritto nel gioco sbagliato troppo tardi, quando leggi frasi che ritieni di non voler sopportare e devi resistere alla voglia di urlare più forte.
Il genio assoluto appartiene ad un solo soggetto, l'industria che ha architettato questo infido meccanismo nel quale siamo cascati quasi tutti, che se la ride sotto i baffi mentre il popolo si scorna, in uno sfogo animalesco, come il toro contro il drappo rosso. 
Ma oggi ti preoccupa più la febbre, la rabbia che trapela negli spazi, o nelle voragini, che si stanno aprendo fra le pedine.

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